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L’OCCHIO ESTRANEO / 1.

La fede è femmina.

Testi: Michele Palozzo.

Dopo le arti visive e la letteratura, anche la settima arte è giunta a demolire progressivamente i tabù relativi all’arretratezza e alle contraddizioni della religione organizzata, mettendo il dito nelle piaghe di una Chiesa messa a dura prova da continui scandali economici e sessuali.

 

La grande produzione cinematografica e televisiva si è concentrata prevalentemente su storie clamorose, costruite intorno a personaggi complessi o a vicende di cronaca di risonanza mondiale. Giocando “in casa”, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino si infiltrano nel conclave per mettere a nudo le più alte cariche clericali, tra vescovi e cardinali meschini – visti come scalatori sociali in tonaca – e Sua Santità in crisi esistenziale (la fuga e la rinuncia di Melville in “Habemus Papam”, la tirannica rivoluzione di Pio XIII in “The Young Pope”).

A Hollywood, d’altro canto, si scava più a fondo nella scottante attualità dei preti pedofili, inscenando moral drama claustrofobici adattati da premi Pulitzer, come per il testo teatrale “Il dubbio” (diretto da John Patrick Shanley nel 2008, con Philip Seymour Hoffman, Meryl Streep e Amy Adams) e l’indagine del Boston Globe ricostruita ne “Il caso Spotlight” (Tom McCarthy, 2015), sino al discusso documentario sul culto di Scientology, tratto dal libro-inchiesta di Lawrence Wright e prodotto da HBO (“Going Clear: Scientology e la prigione della fede”, Alex Gibney, 2015).

 

Ma alcune delle prospettive più interessanti sulla fede, intesa come esperienza vissuta individualmente o entro piccole comunità, provengono di certo dal cinema indipendente europeo. Pur assumendo uno sguardo tagliente, se non feroce, alcuni autori emergenti del vecchio continente riescono quantomeno a creare l’illusione di una certa imparzialità, spesso trincerandosi dietro una messinscena algida e rigorosa, evitando con cura quegli espedienti registici tesi a empatizzare forzatamente coi protagonisti. Semmai, all’empatia preferiscono una ben più rara compassione, del tutto estranea alla lacrima facile, più simile al giusto riconoscimento di una dignità umana che non può e non deve venir meno.

Una tradizione virtuosa che se anche origina dai capolavori “da camera” di Ingmar Bergman, nel tempo non è certo rimasta immune al sardonico Buñuel di “Viridiana” e “La Via Lattea”. Con pari ambizione estetica, oltre che tematica, il nuovo cinema indipendente pone le più pressanti domande della fede in maniera originale e senza palesi schieramenti, conquistando l’attenzione dei più importanti festival internazionali.

 

Di seguito vengono presentati quattro film dell’ultimo decennio aventi protagoniste femminili: una scelta non certo casuale per i rispettivi registi, che le hanno rese in qualche modo le vittime sacrificali al cuore dei loro enigmatici racconti di formazione; in maniera più o meno provocatoria esse ricalcano la figura della vergine Maria, simbolo di purezza e arrendevolezza verso la chiamata del Padre, completamente reimmaginata in maniera problematica per fare i conti con il nostro presente storico. Un ideale percorso che attraversa le età della donna dalla fine dell’infanzia alla senilità, tra disillusione, improvvise rivelazioni e cieco servilismo nei confronti del mistero cristiano.


 

 

Corpo Celeste (Alice Rohrwacher, 2011)

 

Di certo Dio non è un’app da scaricare sullo smartphone, come avverte papa Francesco, ma probabilmente in tempi meno digitali del nostro avrebbe avallato di buon grado la metafora della stazione radiofonica. “Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta”, canta un terribile coro di cresimandi, a un passo dal sacramento che li confermerà nella fede cristiana.

Marta si guarda attorno, poi guarda a sé stessa, al cambiamento del suo corpo, al suo diventare grande. Assiste in silenzio, ignara, a una piccola disfatta della Chiesa Cattolica: lo squallore estenuato, il carattere superstizioso e rigidamente dogmatico del catechismo nel Sud Italia. Vista dall’esterno, la preparazione al rito diventa un gesto insignificante e artificioso, con tanto di balletti, formule imparate a memoria e patetiche sfilate. Ma il popolo laico non è che un riflesso dei sinistri capi religiosi, non esenti da cupidigia e ambizioni di potere.

Marta si rivolge inconsciamente a Dio, ripetendo con lo sguardo al cielo “elì, elì, lemà sabactàni” (“Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”). Ne scopre il vero significato grazie a un vecchio sacerdote stralancato, che con poche parole rompe l’incanto caramelloso della catechesi subìta in precedenza. Mentre gli altri ragazzi si imbellettano per la cerimonia, Marta scopre il vero volto di Gesù, studiando, accarezzando il crocifisso impolverato, steso a terra in una chiesa in rovina. La forza di quel momento – una crescita non tanto spirituale quanto personale –, la coscienza della superficialità di ciò che è stato abbatte il muro di egoismo di un parroco alla deriva, sconfitto dall’innocente asserzione di una piccola adulta.


 

Kreuzweg (Dietrich Brüggemann, 2014).

 

Pellicola chirurgica, programmatica e inflessibile, “Kreuzweg” segue la Via Crucis di Maria, che non è la madre di Dio ma che si ispira alla sua condizione di serva del Signore. Primogenita di una famiglia devota e conservatrice, coloro che dovrebbero guidarla a conoscere e vivere la sua spiritualità non arrivano fin dove si spinge Maria, a ogni passo più sicura che Cristo sia la sua vita così come sarà la sua morte, sacrificio necessario per risvegliare la coscienza dei suoi mentori e liberare miracolosamente dal mutismo l’amato fratello.

Ogni scena è una delle quattordici stazioni, una lunga inquadratura fissa, un tableau vivant dal netto distacco emotivo. Sarebbero le tappe del percorso in preparazione alla Prima Comunione: diventano la puntuale diagnosi di un progressivo disgregamento interiore, di un affrancamento sempre più risoluto dal mondo reale e di una tensione verso l’immanente che non si ha modo di raggiungere con i semplici riti “di passaggio” della catechesi cristiana. Nella sua apparente follia, il martirio sembra comunque offrire a Maria una risposta più desiderabile della distanza incolmabile tra la dimensione terrena e il Regno dei Cieli al quale nemmeno i più grandi maestri delle arti possono rendere giustizia.

“Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 49).


 

Lourdes (Jessica Hausner, 2009).

“Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna”, sentenziava un sardonico Carmelo Bene nella sua prima, distruttiva irruzione cinematografica. Christine ha la sclerosi multipla, vive su una sedia a rotelle e la Madonna non l’ha vista. Si unisce senza entusiasmo a un gruppo organizzato di pellegrini in viaggio verso Lourdes, meta turistica del culto mariano per eccellenza.

Probabilmente molta parte di coloro che vi si recano non osa sperare in un miracolo, ma la logica terrena della meritocrazia vorrebbe che perlomeno fossero i più devoti ad esserne investiti. Questa volta, invece, il dono della guarigione coglie proprio Christine, componente ultima e più giovane di una schiera di fedeli che sul momento, nello stupore generale, gioisce per l’intervento della grazia divina, ma che ben presto subisce i morsi dell’invidia, senza nascondere addirittura una nota di disprezzo per la miracolata “sbagliata”.

Era tutto scritto nel Vangelo di Matteo (20, 1-16): nella vigna celeste c’è posto anche e soprattutto per i lavoratori dell’undicesima ora, mentre chi cerca la salvezza adducendo presunti meriti di fede potrebbe persino rimanere fuori dalla porta. Christine vive Dio sulla pelle, lo conosce nella stessa inequivocabile maniera in cui scopre la natura subdolamente competitiva delle comunità cristiane, che a una ricerca spirituale profonda e sofferta antepongono la salvaguardia delle apparenze, l’esternazione di gesti che le rendano irreprensibili agli occhi degli uomini anziché del Padre.


 

Paradise: Faith (Ulrich Seidl, 2012).

 

Da sempre cinico osservatore delle odierne miserie umane, Ulrich Seidl affronta il tema della delusione amorosa da tre diverse prospettive, in una trilogia che racconta le vacanze di tre donne tra loro parenti, rispettivamente in balìa di frustrazioni senili, autoindulgenza religiosa e infatuazioni d’età puberale.

Anna Maria fa pulizia dentro e fuori di sé: al termine della giornata lavorativa in ospedale rientra, tira a lucido la casa, prega e si flagella vigorosamente davanti al crocifisso per prevenire o sopprimere le seduzioni della carne. Si è costruita una nicchia di salvezza nell’impurità del mondo circostante, che tuttavia non rinuncia a convertire recandosi alla porta dei vicini, ai quali impone strenuamente il messaggio divino per tramite di una statuetta della Vergine Maria.

Ma è proprio nella sua dimora che la carità non trova posto quando il marito, paraplegico e di fede musulmana, torna a chiederle ospitalità: una presenza scomoda che spezza l’incantesimo di un fanatismo domestico esasperato, di una castità inconsciamente blasfema nell’erotizzazione dell’icona cristiana, apostrofata come un amante passionale e abusata corporalmente alla stregua di un sex toy.

La consolazione del proprio credo sussiste unicamente nella reclusione, cristallizzando un’immagine distorta di sé e del proprio rapporto con un’idea del Divino che prescinde dai suoi insegnamenti e si sente minacciata da coloro che dovrebbero esserne i primi destinatari, nonché il potenziale viatico per la beatitudine eterna.