ENDE NEU – Fabio Giampietro, Alberto Ponticelli, Vins Grosso, Paola Verde

a cura di Paola Verde.

L´estetica del nuovo sublime ci porta a contemplare scenari di attraente solitudine di fronte alle rovine del futuro che si stratificano sulle macerie del passato.

Così sono le Città rappresentate da  Fabio Giampietro,  Alberto Ponticelli, Vins Grosso e da Paola Verde, un fermo immagine  all’ interno di un viaggio attraverso di esse, in un ribaltamento percettivo così potente da sradicare la tradizionale percezione geometrica della realtà urbana.

Olio su tela di grandi dimensioni, fotografie ed elaborazioni digitali, tavole di fumetti fino al dettaglio della cornice  della vignetta: da qui si diramano metropoli frattali, città invisibili e prospettive vertiginose.  Alcune sembrano uscire dal margine, impossessandosi dello spazio circostante. Non esiste più il territorio, è  l’architettura che lo modella come un fluido.

In queste Metropoli del Nuovo Millennio qualunque luogo è immerso in un continuum di cui esso è al tempo stesso fulcro e satellite. Le loro strutture sono molto simili a quella della rete: la città è un brodo primordiale di informazioni che si svelano nel momento in cui ci si arresta e si cerca una logica, accorgendosi che ci si sta perdendo in esse senza cristallizzarsi in una oggettività urbana ma dinamizzandosi in un’infinità di soluzioni possibili e altrettanto verosimili.

Sabato 14 aprile a partire dalle 19.00

in collaborazione con Spazio Concept,

Via Forcella 7 Milano,

Kernel Night/001: una manifestazione artistica all’insegna delle più spinte sperimentazioni multimediali a cura dei migliori giovani artisti selezionati dalle giurie internazionali al Kernel Festival 2011, vettore di nuove sinergie multi-disciplinari tra musica elettronica e sound design, audiovisual mapping, architettura effimera, arte digitale e interattiva.

In anteprima per Spazio Concept verrà presentato Pop Up Mapping: una performance innovativa di video scenografie mappate firmate Kernel Production. Un’originale soluzione itinerante di scenografie da palco che mostra l’estrema dinamicità di una struttura geometrica e tridimensionale.

Durante la serata saranno esposte installazioni digitali, sonore, interattive e architettoniche rigorosamente Made in Italy, sperimentate e realizzate durante il Kernel Lab ad opera di alcuni giovani talenti: Marco Baldessarri, Parcodiyellowstone + DFE, Stefano Caimi, Angela Di Tomaso, Mirco Facchinelli, Mauro Ferrario ed Alessio Occhiodoro.

Il tutto verrà accompagnato dalla performance musicale del trio milanese Bizzarre Collection, una versione geometrica di Simon&Garfunkel, che interpreterà l’avanguardia del cubismo sonoro, restituendo al folk più appassionato una versione elettro-acustica raffinata e geometrica.

Protagonisti indiscussi della serata saranno i Planet Soap, produttori di musica Dubstep/Wonky/Bass Music per Car Crash Set (USA Label) e per Robox Neotech, che concluderanno la serata con un live.

INGRESSO: biglietto singolo 7 euro

h.19.00 Aperitivo /music by Mattafunk
h.22.00 The Bizarre Collection Live Band
h.23.00 Music by /Planet Soap /Fana

[Milano, 26/Settembre/2012] in collaborazione con A. C. Spazio Concept,

Via Forcella 7 Milano,

“Cinque album alle spalle per dei giovanissimi cresciuti tra i rave di mezza America. Sonici e perforanti seviziano le manopole dei multieffetti, dei pedali posti sui tavoli di fronte a loro fondendo le nostre sinapsi. Non siamo nel 2029 come si legge sulla loro presentazione, ma poco ci manca ” . “Rispetto a Roskilde la loro è un’esibizione meno diretta e facile. Sempre bombastici, ma più frazionati e caotici. Non risparmiano una goccia di sudore mostrando un’urgenza fuori dal comune. La gente si dimena e dimostra di gradire. Noi con loro”

Questo è quanto (soprattutto) il socio Chris affermava nel 2009 e nel 2010 in due degli eventi europei più prestigiosi ai quali abbiamo partecipato. Stasera sono solo e la curiosità di vedere per la terza volta questa band tra i palazzi e i loft di via Tortona mi spinge addirittura a lasciare la televisione accesa con su le immagini della Roma che incrocia la Sampdoria. E’ uscito da qualche mese il sesto album, ‘Mr. Impossible’, poco lucido e sgangherato nella definizione complessiva rispetto a ‘Beaches & Canyons’ che li ha lanciati e consolidati, e a ‘Repo’, assaporato a Minehead e, prima ancora, a Roskilde. I pezzi mancano di mordente e tendono a sfumarsi tra di loro anche se l’impatto stasera ha raggiunto comunque l’obiettivo di far sgranare gli occhi dei più che magari conoscono la band in maniera più superficiale. Non è la prima volta che vado allo Spazio Concept. Ma non sapevo che ospitasse anche concerti dato che sono stato da quelle parti solo in occasione del Fuorisalone o di eventi legati al MiArt.

Il locale si riempe rapidamente, inaspettatamente e non mi fa rimpiangere per nulla altri posti di Milano, secondo me validissimi, ma che, per motivi evidentemente di scomodità, riescono a rastrellare 20 o, al massimo, 50 persone per un evento del genere. Alle 23 circa attacca Simone Trabucchi alias Dracula Lewis, un giovane e promettente milanese (fondatore anche dell’etichetta Hunderbiss) che ci somministra delle discrete tracce lo-fi distorte e field recordings prodotte attraverso strumenti (anche) danneggiati.

Nel frattempo scambio quattro chiacchiere (forse cinque) con Aaron Warren che fa avanti e indietro tra il bancone e il cortile esterno. E’ agitato e si mischia/mimetizza tra la gente che sembra non riconoscerlo fino a che, verso le 23.45, non sale sul palco assieme ai fratelli Bjorn e Eric Copeland e comincia a picchiare sulle pad. Da quel momento in poi, nulla è più come prima. I Black Dice azzerano e asfaltano Dracula Lewis fin dai primi due pezzi ‘Outer Body Drifter’ e ‘Rodriguez’. Manipolano i loro arnesi, i loro campionatori e ci fanno saltare in aria con ‘Pigs’ e ‘Pinball Wizard’ (che non c’entra nulla con il più celebre pezzo degli Who). Chiudono con ‘The Jacker’. Un pezzo, che ricorda sicuramente tempi migliori. Oggettivamente, non si è trattata di una performance da ricordare con entusiasmo come le altre citate anche se è indubbio che i Black Dive ce la mettono tutta per mantenere viva questa loro particolare visione della musica (funk, punk) rock rivista in chiave elettro-post-pop.

testo di Andrea Rocca

Spazio Concept, in collaborazione con Marta Lodola e Gianluca Vitanza Ercole.

Venerdì, 12 Ottobre, 2012 – 18:00

La parola «spazio» ritorna più volte mentre parlo di CorpiEstranei con Marta Lodola aka Monnalisa Cyberpunk e Gian Luca Vitanza Ercole aka Lowkilla, frammentandosi in più accezioni. Uno spazio d’azione. Uno spazio fisico. Uno spazio potenziale. Uno spazio condiviso, ammesso che ogni individualità sia preservata. Uno spazio mai definito da rigidi confini, ma nel quale più discipline si integrano tra loro rispondendo appieno alla conformazione assunta oggi, e a partire dal Ventesimo secolo, dalle arti. Uno spazio aperto, sperimentale e sperimentato estemporaneamente dagli artisti, che contraddice continuamente l’improvvisazione su cui alcune di queste opere si strutturano, comprovando come siano ancorate a ricerche portate avanti in tempi anche molto dilatati. Uno spazio che si smentisce e diventa ogni volta qualcos’altro rispetto alle previsioni. La ridotta prevedibilità dell’evento è proprio la forza di CorpiEstranei, nonché ciò su cui i due ideatori premono con più forza. Si tratta della messa in atto di singolarità e pluralità che prendono vita su un terreno di scambi e apporti reciproci, i quali – secondo le parole di Marta Lodola – possono effettivamente favorire la collaborazione tra gli artisti. In CorpiEstranei un soggetto ha sempre a che fare con l’altro. La stessa decisione di espandere l’evento in due giorni di apertura al pubblico presso lo Spazio Concept – venerdì 12 e sabato 13 ottobre – vuole impostare un tempo sufficiente al germogliare di rapporti e confronti tra più parti. Esso diventa il palcoscenico di quel mescolamento tra più discipline che caratterizza soprattutto le arti visive contemporanee. Musica, fotografia, danza, pittura, teatro, video supportano questi corpi ignoti al pubblico, permettendone un certo grado di apprendimento. Lo spazio milanese di Via Forcella diventa il contenitore di un lussureggiare di linguaggi variegati su cui le opere sono pensate e costruite, suddividendosi in due zone principali collegate tra di loro secondo le sperimentazioni messe in atto: quella espositiva – con dipinti, scatti fotografici, video e documentazioni – e quella performativa – con sound-project, azioni e live-set, contraddistinti da una dimensione sempre estemporanea. Il tentativo di Marta Lodola e Gian Luca Vitanza Ercole è, secondo quanto da loro stessi dichiarato, quello di creare una sorta di network, una rete a fitte trame, ciascuna diversa e in tutti i casi autonoma, entro la quale però ogni azione si pone in contatto con le altre sulla base di un interesse comune: il proprio corpo. Autoritratti che minano l’etimologia stessa del termine, non limitandosi a sottolineare fisionomie riconoscibili ma concentrandosi sul valore tragicamente corporale. Questo è spesso sublimato da espressività formali congegnate in composite descrizioni, dinamismi che si rifanno direttamente alla danza e al teatro, assemblaggi sonori che spaziano in campi allargati. Corpo idealizzato, mistico, distorto, elegante, articolato, solo evocato, in vigorosi matrimoni con la tecnologia, in enfasi dialettiche aperte sul fronte filosofico. Corpo dipinto, destrutturato, ricomposto, in movimento, statico, duplicato, aperto a floride ibridazioni. Esso è sempre quello dell’artista, promettendo una nuova concezione di autoritratto. Ne deriva una giustapposizione di individualità, azioni e mezzi accomunati da una ferma attenzione nei confronti del soggetto corpo.

Tutti gli artisti presenti riflettono ossessivamente su ciò che meglio conoscono e che allo stesso tempo è quanto di più sconosciuto, freudianamente parlando, esista al mondo: se stessi. Vi si accaniscono; è così ogni volta, anche nelle manifestazioni più velate ed eleganti. Talvolta giungono a universalizzare le proprie fattezze, rendendole accessibili, comprensibili e – perché no? – rischiaranti agli occhi altrui. Corpi non più troppo estranei quindi, ma dai quali è possibile intuire un certo grado di confidenza. Lo stesso titolo assume un significato evocativo, ponendosi come una prospettiva aperta di scambio non solo tra gli artisti, ma inclusiva nei confronti del pubblico. La ricerca di un’interazione perenne con il visitatore – di cui la performance Doll’s House Project (2012) degli stessi Monnalisa Cyberpunk e Lowkilla è con tutta probabilità l’esempio più completo – permette un’ulteriore espansione dell’evento, formulando nuove ipotesi e assumendo inedite fattezze. In alcuni casi il corpo dell’artista tende a metaforizzare un micro-mondo sociale, che fuoriesce dalla semplice espressione intimistica in maniera più eclatante. Materie e soggetti che ambiscono a diventare riflessi di realtà comuni. CorpiEstranei contiene e rappresenta, perciò, l’autoritrarsi di artisti che utilizzano uno o più mezzi per destrutturare e ricomporre la propria persona. Un’espressione di sé che vuole essere – e lo vuole fermamente e urgentemente – condivisa. Mai limitata all’autoreferenzialità, che è poi in un certo senso la piaga che colpisce gran parte delle ultime manifestazioni dell’arte più commerciale e modaiola. L’estraneità di questi corpi è allora anche un voler prendere le distanze, staccarsi da certe realtà viste come limitate e addirittura vacue, tentativo a maggior ragione apprezzabile.

Testo: Ivana Mazzei