Frontiere e orizzonti della musica ambient.

Intervista a Giulio Aldinucci.

|Autore: Michele Palozzo|

Da degno e sensibile rappresentante dell’ambient music italiana, in breve tempo il senese Giulio Aldinucci è divenuto una figura di spicco internazionale grazie alle sue incisioni su prestigiose label del settore quali Home Normal, Dronarivm e infine Karlrecords. Quest’ultima, rampante etichetta indipendente berlinese, nel 2017 ha dato alle stampe l’LP “Borders and Ruins”, nuovo sbalorditivo compimento della sua estetica, in grado di compenetrare le più scure profondità della musica d’atmosfera con elementi della tradizione corale sacra, tenute in equilibrio entro uno scenario sonoro estremamente denso e immaginifico.
In occasione della sua imminente esibizione a Milano per la rassegna Inner_Spaces, in apertura al live set di Roly Porter, abbiamo intavolato qualche spunto di riflessione a partire dalla sua pratica compositiva e dal suo pensiero artistico.

Credo traspaia chiaramente, almeno per chi conosce il tuo percorso musicale sino a qui, che “Borders and Ruins” segni un cambio di rotta importante nel tuo modo di comporre. Trattandosi di un’opera molto stratificata, nella quale coesistono mood e prospettive contrastanti, mi piacerebbe sentirti raccontare l’ispirazione e il processo di elaborazione dei vari materiali cui attingi.

Più che con altri lavori, in “Borders and Ruins” sono partito da una mole di materiale veramente eterogena. Ciò che però segna un cambio di rotta considerevole nel mio approccio alla composizione è la centralità del frammento, dettagli acustici di pochissimi secondi, piccoli come schegge: tutte le composizioni si basano, ognuna a suo modo, sull’espansione estrema di questi particolari, minuzie sonore che si dilatano per diversi minuti grazie a tecniche avanzate di sintesi granulare e a un lavoro molto accurato sugli ambienti artificiali.
L’ispirazione del disco è nata poco a poco, durante un periodo relativamente breve in cui mi sono trovato a viaggiare in aree europee di frontiera: i confini di cui rimangono solo le cicatrici fra Francia e Germania, i palazzi delle istituzioni europee che tanto hanno contribuito ad abbatterli e quelli che si stanno alzando intorno alla Catalogna, la frontiera di acqua nel nordest della Bulgaria, con i Balcani subito a ovest…
Approcci compositivi e tematiche che sto continuando a sviluppare e che mi hanno condotto a un nuovo lavoro incentrato sul concetto di fluidità di identità: “Disappearing in a Mirror”.


In “Borders and Ruins” ci sono diversi estratti di musica corale. Abbiamo già discusso assieme del fascino immortale della polifonia rinascimentale, ma la sua applicazione nella musica ambient/elettronica contemporanea sta conoscendo una nuova fortuna – ad esempio, gli ultimi lavori di Eluvium e Tim Hecker fanno abbondante utilizzo di estratti riconducibili al minimalismo sacro. Come si mettono in relazione generi così distanti nel tempo? E come mai, secondo te, nella composizione elettronica si sta manifestando un ritorno così deciso verso un afflato “sacrale”? Esiste una radice espressiva comune?

Rifletto spesso su questi argomenti: è una tendenza che si riscontra in un numero crescente di artisti e che al tempo stesso viene declinata sempre in modo molto personale. Quanto a me, scelgo con molta cura le registrazioni da cui estrapolare frammenti vocali, talvolta inferiori anche al secondo, basandomi non tanto sul timbro delle voci quanto sul rapporto fra esse e lo spazio sonoro, non solo dal punto di vista più scontato dell’acustica del luogo, ma anche da quello dei “rumori” entrati nella ripresa. Il trattamento successivo, tramite sintesi granulare e creazione di un secondo ambiente artificiale, trasforma tutto ciò in una massa sonora in cui elemento antropico ed elettronico-sintetico sono un tutt’uno.

Tornando alla domanda, credo che fra gli elementi chiave di un ritorno così deciso al “sacrale” ci siano al tempo stesso una sorta di reazione e una ricerca del rimosso: non c’è posto per la spiritualità in una societàcome la nostra in cui tutto, essere umano incluso, si trasforma in merce e che di fatto è – permettimi il neologismo non proprio finissimo – neo-scientista, attribuendo agli algoritmi il compito di risolvere tutti i problemi e soddisfare ogni bisogno dell’uomo. Inevitabilmente mi viene in mente Zygmunt Bauman quando,descrivendo la nostra collettività come una società di consumatori, guidata dall’estetica del consumo e dalla gratificazione immediata,parla del mondo come un immenso campo di possibilità, di sensazioni sempre più intense che viene giudicato in base alla sua capacità di provocarne costantemente di nuovee suscitare il desiderio, ovvero l’aspetto più piacevole della vita del consumatore, più soddisfacente della soddisfazione stessa: tutto, oggetti, eventi e persone, viene classificato in base al grado in cui possiedetale capacità, e la percezione della realtà è molto più spesso di tipo estetico che non cognitivo o morale.

Credo poi che esista una radice espressiva comune poiché la musica di cui parli nella domanda viene avvertita da molti artisti come paradigma di spiritualità e purezza par excellence, non solo dal punto di vista prettamente musicale, ma soprattutto da quello timbrico, aspetto, inutile dirlo, centrale nella riflessione musicale contemporanea. Il rischio, sempre in agguato, è altrimenti cadere in una spiritualità grottesca che di fatto è supplemento ideologico alla società dei consumi.

Sono d’accordo, e difatti un altro rischio che percepisco chiaramente, in un momento storico che vede la disponibilità immediata di un’infinità di materiali musicali, visivi e audiovisivi, è quello di finire col diventare anche “consumatori culturali”, anziché persone di cultura dotate di un proprio spirito d’analisi e di giudizio. Ciò che la nuova composizione ambient/drone sembra voler ispirare è un’idea di ascolto totalmente presente a se stesso, le cui qualità spingano a una completa simbiosi con lo spazio acustico (alle volte anche brutale). Penso in particolare a un artista che entrambi apprezziamo molto, Lawrence English, ma è un aspetto decisamente ricorrente in ambiti compositivi più o meno radicali.

Condivido appieno la tua riflessione. La simbiosi con lo spazio acustico vuole anche rimarcare l’idea che ogni luogo ha elementi acustici che lo rendono unico, non luoghi inclusi, così come è unica l’esperienza che si vuole dischiudere all’ascoltatore.

Una qualità non comune che credo ti contraddistingua è la tua capacità di creare dialoghi sempre nuovi e affascinanti con altri musicisti d’area ambient/elettronica. Sinora hai realizzato due album con Francesco Giannico – incentrati sul dialogo tra field recordings e soundscaping artificiale – e hai collaborato con Pleq, Francis M. Gri e Ian Hawgood. A mio parere si tratta di confronti sempre “misurati”, nei quali si realizzano sonorità che superano la somma delle due parti in gioco, arrivando a creare un unicum che rimane cristallizzato in ciascun album. Come si produce efficacemente questo tipo di interscambio artistico?

Cerco sempre di distaccarmi il più possibile dal mio stile per poi provare a riformularlo in rapporto al materiale su cui sto lavorando. Già in fase di pianificazione il naturale confine fra i due approcci dovrà essere poroso, il brano dovrà svilupparsi come schermo di un dialogo.

Trovo che anche nelle tue fotografie ci sia una rara sensibilità per la composizione: hai dei particolari referenti poetici nell’arte dello scatto? Ti capita che un’immagine arrivi a ispirare l’atmosfera di un brano?

Quando mi capita di fare workshop, o anche semplici interventi, legati al paesaggio sonoro insisto sempre sulla capacità insista in ogni mezzo tecnico atto alla registrazione audiovisiva di modificare e ampliare la nostra percezione della realtà. Una nuova curiosità, l’amore per l’arte visiva che mi porto dietro sin dall’adolescenza e tante chiacchierate con i cari amici fotografi Alessandro Pagni, Costanza Maremmi e Lyudmil Yanakiev mi hanno quindi portato due anni e mezzo fa a comprare la fotocamera che più assomigliava al mio registratore, una Fujifilm XT-10.

I miei riferimenti sono moltissimi e si accavallano fra fotografia e arte visiva: parlando di storia recente, ad esempio, mi sento tanto attratto da uno scatto di Ghirri quanto da un Paesaggio Anemico di Schifano.
Non di rado i miei brani hanno fra le fonti di ispirazione un’immagine e talvolta capita che da una mia foto scatti qualcosa.

Ho saputo che lo scorso anno un tuo brano, “Mute Sirens”, ha ricevuto una menzione d’onore al 18° premio internazionale per la composizione elettroacustica Música Viva 2017, in Portogallo. Innanzitutto i miei complimenti: di che brano si tratta? Intendi pubblicarlo in una prossima uscita?

È una composizione elettroacustica piuttosto diversa da quanto pubblicato sinora: le sonorità si avvicinano a Yellow Horse e al mio lato dello split con Moon Ra, ma l’interazione tra field recordings e parti elettroniche generate in analogico si fa qui ben più estremo. Ho alcune composizioni stilisticamente simili: alcune sono complete, altre da ritoccare, e mi piacerebbe molto vederle pubblicate tutte assieme.

Il prossimo 7 maggio ti esibirai per la prima volta all’Auditorium San Fedele per il finale della rassegna Inner_Spaces 2017/18, avendo a disposizione il rinomato sistema di diffusione dell’Acusmonium Sator. Hai in mente un assetto particolare per il tuo live set? Che brani presenterai?

Sono molto felice di potermi esibire sfruttando l’Acusmonium Sator: credo un sistema del genera sia il sogno di ogni musicista elettroacustico, e sinceramente non vedo l’ora! Sto provando diverse soluzioni: il punto di partenza è “Borders and Ruins”, ma lavorerò sull’improvvisazione e presenterò in anteprima molto materiale nuovo.

Michele Palozzo è critico e curatore musicale indipendente. È redattore stabile della webzine Ondarock.it, per la quale coordina la sezione altrisuoni. È co-fondatore e direttore artistico del progetto culturale Plunge, attivo a Milano nell’ideazione e organizzazione di concerti ed eventi performativi dedicati alle più interessanti espressioni sonore contemporanee.