Sophie Ko. Sporgersi nella Notte. Testo: Giulia DeVal.

Vogliamo

un’estasi della materia, vogliamo vedere la materia rivoltarsi

contro la sua immobilità.

Vogliamo un immaginario visionario. Nuove visioni dell’impossibile.

Noi vogliamo dell’ignoto visivo.

E tutto ciò non avviene altrove: è un’estasi qui e ora, nel trascendersi

della materia.

Qui, in questa immagine, in questa materia morente e vivente

allo stesso tempo. In questa metamorfosi infinita.

Noi siamo questa materia, noi siamo l’immagine di questa estasi.

Noi siamo le figure non ancora mai vedute di un materialismo

estatico.

Apriamo gli occhi, lasciamo entrare l’invisto.

Il mondo è qui, tutto da vedere, tutto da pensare, tutto da trasformare.[1]

 

Apriamo il nostro dialogo con l’artista Sophie Ko in occasione di Sporgersi nella notte, percorso espositivo che è partito da THE OPEN BOX e che proseguirà presso RENATA FABBRI ARTE CONTEMPORANEA dal 5 marzo.

 

Quella che presenterai nello spazio THE OPEN BOX è un lavoro che origina dalla figura di San Martino.

In molte delle tue opere una nuova immagine astratta sorge dai frammenti o dalle polveri di altre immagini, mentre il santo è forse ciò che di più iconico abbia prodotto la cultura occidentale.

“L’iconicizzazione e l’astrazione non sono dunque che gradi a livelli variabili della figuratività”,[2] sei d’accordo?

 

L’opera San Martino che ho scelto per The Open Box è l’immagine di apertura della mostra Sporgersi nella notte che dal 5 marzo prosegue presso la galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea. Questa è l’opera inaugurale di un’unica mostra che prende forma in due luoghi differenti. Sporgersi nella notte significa porsi delle domande su quelle parole che risuonano per inerzia nel nostro linguaggio, ma di cui abbiamo perso il senso. Tra queste parole «santo» e «terra» mi sembrano tra quelle più dimenticate. Con le immagini cerco di mostrare come oggi queste parole possano vivere ancora, come noi abbiamo bisogno di orientarci con esse.

Pensare alla figura del santo significa per me pensare alle sue azioni: proteggere, curare, salvare, far fiorire, trasformare, avere fede, lottare e resistere. Di certo il modo di immaginare i santi di Beato Angelico, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, Piero della Francesca oppure in certe icone sono per me una fonte di ispirazione e di insegnamento. In particolare, penso ai simboli immaginati da questi autori per le loro passioni (nel caso di Santa Lucia) o per le loro azioni (San Martino). Ma per pensare alla figura del santo, credo che non sia strettamente necessario fare riferimento al cristianesimo. Il cristianesimo indubbiamente costituisce per noi un riferimento culturale e un patrimonio iconografico potentissimo. Credo che la figura del santo sia oggi una figura universale, che può essere incontrata in ogni cultura del passato o del presente. Solo che nel presente ci è venuto meno il senso. Il sistema in cui operiamo ci spinge a dimenticare il senso di queste parole, che però continua a orientare il nostro agire a dare forma alle nostre azioni ogni giorno. Guardare riprendere i loro arcaici passi.

Credo che sia di estrema importanza oggi la figura anacronistica, inattuale e inutile del santo, proprio oggi quando tutte le nostre azioni sono quantificabili, calcolabili, prevedibili e previste, utili, basate sulle statistiche e sugli algoritmi. Ciò che è santo è elusione a tutto questo.

Per ritornare alla tua domanda, io sinceramente non ho mai compreso la differenza fra arte astratta e arte figurativa. In fondo si tratta sempre di dare forma e riformare, e ogni forma formata diventa concreta e inizia a pesare con il proprio corpo e peso.

 

Cosa ti interessa in particolare della figura di San Martino?

 

San Martino, il santo dei poveri, che protegge chi sta soffrendo il freddo e chiunque sia bisognoso. Il gesto di San Martino è un gesto universale, riconoscibile in ogni tempo e in ogni cultura, al di là dell’appartenenza alla tradizione cristiana. Nessuna civiltà, nessun uomo può dire di poter fare a meno di azioni «sante» come quella del Santo dipinto con il suo mantello rosso. È un gesto universale ed eterno, come quello di Antigone che in nome di «leggi non scritte» seppellisce il corpo del fratello, che pure per le leggi dello Stato sarebbe dovuto rimanere insepolto. In questo contesto, anche Antigone può essere considerata una figura santa: santo è tutto ciò che eccede la pianificazione e la calcolabilità e che si impone come modo di riconoscimento tra esseri umani. Il gesto di San Martino in questo senso è molto forte: divide il suo mantello rosso e con questo gesto, dividendo, unisce ciò che era diviso.  

 

C’è il titolo di un libro, di Sebald, che mi fa pensare alle tue prime opere con la cenere, ed è Storia naturale della distruzione.[3] Nella tua ultima mostra a Bologna abbiamo visto la cenere ma anche il pigmento puro in una “metamorfosi senza fine”, come scrive Ferrari nel suo testo critico. Abbiamo visto crolli, disgregazioni e riavvicinamenti di materia in uno spostamento che ci era segnalato come geografico e temporale.

Qual è invece la tua idea di “storia naturale”?

 

Nelle Geografie temporali la presenza delle ceneri delle immagini bruciate e dei crolli non possono che a prima vista far pensare a una distruzione. Però io credo che nulla si distrugge e nulla si crea dal nulla, credo che in fondo si tratti della lenta e continua metamorfosi delle forme.  La cenere delle immagini bruciate non è una distruzione, un annientamento, una riduzione a nulla, ma una metamorfosi della materia stessa.

Ora, per quel che riguarda la «storia naturale», il nostro modo di rapportarci alla natura – con ciò che un tempo era concepito come eterno e immutabile – è relativamente nuovo. L’uomo si inserisce nella storia naturale come produttore di strati. In effetti, l’idea stessa che la fine del mondo sia nelle mani dell’uomo e dipenda almeno in parte dalle sue decisioni è qualcosa di nuovo. Jünger osserva che prima era inimmaginabile che l’uomo potesse agire contro la propria terra, che le sue azioni sotto forma di lavoro potesse surriscaldare la terra al punto da poterne decretare la fine. Jünger contrappone un’immagine del fuoco che un tempo era riservato alle divinità e divampava dall’alto, all’immagine dello stesso fuoco che oggi arde e annienta dal basso. Il fuoco è il simbolo stesso dell’origine della techne ma dipende se la sua forza è utilizzata per aiutare le forme a venire alla luce o se invece il fuoco è concepito come modalità di estrazione di nuove forze, come accade a partire dalla Rivoluzione industriale. Oggi viviamo sotto il segno di quel sentimento che Günther Anders chiamava «vergogna prometeica». Con il lancio da un aereo delle prime due bombe nucleari è l’essenza dell’uomo stessa che è mutata; da quel giorno anche l’ombra dell’uomo non è più la stessa. Prima l’ombra era legata al corpo, testimoniava per noi, con l’esplosione nucleare avviene che possiamo vedere l’ombra, mentre il corpo a cui era legata non c’è più, nemmeno sotto forma di cadavere.

 

SOPHIE KO – SPORGERSI NELLA NOTTE

THE OPEN BOX (Via Pergolesi 6, Milano)

25 GENNAIO – 17 MARZO (su appuntamento)

 

RENATA FABBRI ARTE CONTEMPORANEA (Via Antonio Stoppani 15/c, Milano)

5 MARZO – 28 APRILE

 

We want an ecstasy of matter, we want to see matter rebel

against its own immobility.

We want a visionary imaginary. New visions of the impossible.

We want the visual unknown.

And all of this does not take place elsewhere: it is an ecstasy here

and now, in the self-transcendence of matter.

Here, in this image, in this matter that is dying and living at the

same time. In this infinite metamorphosis.

We are this matter, we are the image of this ecstasy. We are the as

yet unseen pictures of an ecstatic materialism.

Let us open our eyes, let in the unseen.

The world is here, yet to be seen, yet to be conceived, yet to be

transformed.[4]

 

We open our dialogue with the artist Sophie Ko for Sporgersi nella notte, an exhibition that started from THE OPEN BOX and will continue at RENATA FABBRI ARTE CONTEMPORANEA from March 5th.

 

What you will present in the space THE OPEN BOX is a work that starts from the figure of Saint Martin.

In many of your works a new abstract image arises from the fragments or powders of other images, while the saint is perhaps the most iconic thing that Western culture has produced.

“Iconicization and abstraction are therefore just varying degrees of figurativity”,[5] do you agree?

 

The work San Martino that I chose for The Open Box is the opening image of the exhibition Sporgersi nella notte that will continue from March 5th at Renata Fabbri Arte Contemporanea gallery. This is the inaugural work of a single exhibition that takes shape in two different places. Sporgersi nella notte means asking questions about those words that resonate with inertia in our language, but of which we have lost the sense. Between these words “holy” and “earth” seem to me among the most forgotten. With the images I try to show how today these words can still live, as we need to orient ourselves with them.

In my opinion, thinking on the figure of the saint means to think of his actions: to protect, to cure, to save, to make flourish, to transform, to have faith, to struggle and to resist. Certainly the way to imagine the saints of Beato Angelico, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, Piero della Francesca or in some icons are a source of inspiration and teaching for me. In particular, I think of the symbols imagined by these authors for their passions (in the case of Saint Lucia) or for their actions (Saint Martin). But to think on the figure of the saint, I believe it is not strictly necessary to refer to Christianity. Christianity undoubtedly constitutes for us a cultural reference and a powerful iconographic patrimony. I believe that the figure of the saint is today a universal figure, which can be met in any culture of the past or the present. Only the meaning has disappeared in the present. The system in which we operate drives us to forget the meaning of these words, but it continues to guide our actions to shape our actions every day. Watching resume their archaic steps.

I think it is of extreme importance today the anachronistic, inattentive and useless figure of the saint, just today when all our actions are quantifiable, calculable and predictable, useful, based on statistics and algorithms. What is holy is an evasion of all this.

To return to your question, I sincerely have never understood the difference between abstract art and figurative art. Basically it is always about giving shape and reforming, and each form formed becomes concrete and begins to weigh with one’s body and weight.

 

What interests you in particular of the figure of Saint Martin?

 

Saint Martin, the saint of the poor, who protects those who are suffering from the cold and whoever is in need. The gesture of Saint Martin is a universal gesture, recognizable in every time and in every culture, beyond belonging to the Christian tradition. No civilization, no man can say that he can do without “holy” actions like that made by the saint painted with his red cloak. It is a universal and eternal gesture, like that of Antigone who, in the name of “unwritten laws”, buries the body of his brother, who also ought to remain unburied by the laws of the State. In this context, even Antigone can be considered a holy figure: saint is all that exceeds planning and calculability and that is imposed as a way of recognition between human beings. The gesture of St. Martin in this sense is very strong: he divides his red cloak and with this gesture, dividing, unites what was divided.

 

There is the title of a book by Sebald, which makes me think of your first works with ashes, and it is On the natural history of distruction.[6] In your last exhibition in Bologna we saw the ashes but also the pure pigment in an “endless metamorphosis”, as Ferrari writes in his critical text. We have seen collapses, disruptions and reconciliation of matter in a movement that was reported to us as geographical and temporal.

What is your idea of “natural history”?

 

In Geografie Temporali the presence of the ashes of burned images and collapses can only at first sight make one think of destruction. But I believe that nothing is destroyed and nothing is created from nothing, I think that basically it is the slow and continuous metamorphosis of the forms. The ash of burned images is not a destruction, an annihilation, a reduction to nothing, but a metamorphosis of the material itself.

Now, as far as “natural history” is concerned, our way of relating to nature – with what was once conceived of as eternal and immutable – is relatively new. Man is inserted in natural history as a producer of layers. In fact, the very idea that the end of the world is in human hands and depends at least in part on its decisions is something new. Jünger observes that it was previously unimaginable that man could act against his own land, that his actions in the form of labor could overheat the earth to the point where it could be decreed.

Jünger contrasts an image of the fire that once was reserved for deities and flared from above, to the image of the same fire that today burns and annihilates from below. Fire is the very symbol of the origin of the techne but depends on whether its strength is used to help the forms come to light or if instead the fire is conceived as a way of extracting new forces, as happens starting from the Industrial Revolution. Today we live under the sign of that sentiment that Günther Anders called “Promethean Shame”. With the launch of an airplane from the first two nuclear bombs, it is the essence of man himself that has changed; from that day also the shadow of man is no longer the same. Before the shadow was tied to the body, it testified for us, with the nuclear explosion happens that we can see the shadow, while the body to which it was tied is no more, not even in the form of a corpse.

 

SOPHIE KO – SPORGERSI NELLA NOTTE

THE OPEN BOX (Via Pergolesi 6, Milan)

January 25th – March 17th (by appointment)

 

RENATA FABBRI ARTE CONTEMPORANEA (Via Antonio Stoppani 15/c, Milan)

March 5th – April 28th

[1] in Materialismo Estatico (2011), Federico Ferrari, catalogo della mostra “SOPHIE KO – Geografie Temporali”, galleria de’ Foscherari, Bologna, Ottobre 2016

[2] In Algirdas Greimas, Semiotica figurativa e semiotica plastica, in Paolo Fabbri e Gianfranco Morrone, Semiotica in nuce, Meltemi, Milano, 2002, pp.196-210

[3] W.G. Sebald, Storia naturale della distruzione, traduzione a cura di Ada Vigliani, “Piccola Biblioteca Adelphi”, Adelphi, Milano, 2004.

[4] In Ecstatic Materialism, (2011), Federico Ferrari, exhibition catalog “SOPHIE KO – Geografie Temporali”, galleria de’ Foscherari, Bologna, October 2016

[5] (my translation) In Algirdas Greimas, Semiotica figurativa e semiotica plastica, in Paolo Fabbri e Gianfranco Morrone, Semiotica in nuce, Meltemi, Milano, 2002, pp.196-210

[6] W.G. Sebald, On the natural history of distructions, translation by Anthea Bell, Carl Hanser Verlag, s.l., 2003